Lo smart working comincia a diffondersi in maniera sempre più ampia all’interno delle aziende. Capita sempre più spesso di leggere della tale azienda che lo ha introdotto in via sperimentale per un giorno a settimana o per una settimana al mese e come ben sappiamo le motivazioni sono più o meno le solite:

  • migliorare il bilanciamento vita-lavoro del dipendente,
  • migliorare l’efficienza e la produttività dei dipendenti,
  • contribuire all’eco-sostenibilità del sistema evitando inutili spostamenti,
  • ridurre i costi generali legati alla gestione di sede, postazioni ed attrezzature varie.

Dato che non è mia intenzione discutere genericamente sul tema, mi fermo qui; se andate su Google potete leggerne abbastanza e in tutte le salse.

Qualche giorno fa ero ad un workshop sullo smart working e sentendo le testimonianze dirette di due aziende mi sono portato a casa un concetto molto chiaro che tutto sommato avevo già in mente.

I due direttori HR che raccontavano la loro esperienza nell’introdurre questa nuova modalità di lavoro in azienda segnalavano in modi differenti la stessa criticità che sintetizzerei così: i dipendenti sono già pronti per lo smart working, i manager no.

Nella prima testimonianza si parlava di come i manager facessero fatica a capire come misurare l’effettiva attività svolta dal collaboratore che lavora da remoto.

Nella seconda testimonianza si raccontava di come l’azienda avesse introdotto, ad uso dei manager, gli smart workshop, ovvero delle sessioni formative dove venivano spiegate le tecnologie più semplici per poter gestire questa nuova modalità di lavoro. Parliamo di Skype, call conference, condivisione del desktop ed altri aspetti elementari di questo genere.

Ecco allora che tirando le somme mi viene da pensare che la vera questione dietro lo smart working non è tanto quella di controllare e misurare il dipendente ma piuttosto formare correttamente i manager affinché siano in grado di gestire al meglio questa nuova situazione e, di riflesso, le proprie persone.

Capiamoci, il controllo e la misura del dipendente restano due elementi fondamentali dato che per definizione dobbiamo passare ad una modalità di lavoro per obiettivi e non per timbratura del cartellino e presenza obbligata in ufficio. La mia riflessione però riguarda il fatto che forse parlando di smart working questo rappresenti soltanto il dito mentre la luna, che guardiamo poco e male, comprende tutte le persone che andranno a svolgerlo.

Fino a quando la maggior parte dei manager continuerà a conoscere ed utilizzare principalmente Excel e poco altro (ammettiamolo è proprio così), sarà molto complicato riuscire a fare bene. Lo smart working è un processo lungo e complesso di change management ma proprio per questo occorre iniziare a cambiare per prima le competenze e le abilità di troppi manager che vedono ancora la tecnologia come qualcosa che non li riguarda troppo da vicino.

Un ultima osservazione: non parliamo di prendere una laurea in informatica, è sufficiente imparare ad usare e conoscere pochi strumenti buoni che possono migliorare efficacia ed efficienza, esattamente quello che raccontavo in tempi non sospetti quando ho messo a punto il mio corso su lavoro snello (e agile).

E voi cosa ne pensate? Quali strumenti utilizzate per rendere più efficace il vostro lavoro?

Buon lavoro a tutti.