Se sei il papà di due bambini piccoli (ma ne basta anche solo uno) sai per certo che i bambini sono tra i peggiori cliente con cui potrai mai avere a che fare. Sono sicuramente anche i più divertenti, simpatici, stimolanti, stancanti e la lista potrebbe continuare, ma qui parliamo di problem solving.

Facciamo prima un rapido ripasso di teoria.

La capacità di problem solving si può riassumere come un processo cognitivo, emotivo e comportamentale attraverso il quale si cerca di ridurre, fino a superare, i dilemmi tecnici e sociali che si è chiamati ad affrontare. Qualunque sia il modello di riferimento, generalmente possiamo individuare tre fasi:

  • Percepire il problema. Fase  fondamentale per avere consapevolezza di cosa abbiamo davanti.
  • Definire il problema. Fase di raccolta delle informazioni utili a definire con precisione il problema e cosa dovrebbe accadere perché il problema possa dirsi risolto;
  • Generare soluzioni. Fase finale nella quale pensiero logico e creatività dovrebbero collaborare per arrivare concretamente ad una possibile risoluzione.

E adesso torniamo a mio figlio.

Gabriele non ha fame. Ultimamente si siede a tavole a lancia tutto per terra o peggio, sputa il cibo dopo averlo assaggiato. Servirebbe farlo mangiare perché spesso salta la cena e poi compensa con enormi biberon di latte.

Abbiamo proviamo a cucinare cose diverse, più o meno appetitose, più o meno nuove, con forme grandi o piccole ma apparentemente non c’è nulla da fare. Il risultato non cambia.

Abbiamo guardato il problema da un altro punto di vista: il bambino quando arriva a tavola non ha ancora abbastanza fame. Abbiamo introdotto un elemento “stancante” per stimolare l’appetito: la lotta sul lettone (che oltretutto è divertentissima). Per il momento abbiamo risolto!

Tutto questo per dire che spesso le aziende cercano persone con elevata capacità di problem solving cosa che dal mio punto di vista significa “vediamo tutto nero”, solo problemi da risolvere.

Perché non cercare invece dei generatori di opportunità?

Se partiamo chiedendoci “perché” non necessariamente dobbiamo affrontare il problema, possiamo eliminarlo alla radice e creare al tempo stesso nuove situazioni.

Tornando in concreto al problem solving, un buon modello di riferimento, che adoro per sintesi e concretezza, è quello di Toyota detto A3 report. Qui su wikipedia una prima infarinatura.

Partendo da un canvas A3 strutturato con semplici blocchi logici, solitamente sette, si lavora alle varie fasi di analisi applicando il processo di Deming detto PDCA (Plain, Do, Check, Act).

Ecco un tipico A3 report:

A3 report

L’immagine è presa in prestito da questo articolo che consiglio di leggere per ulteriori approfondimenti sul tema.

A3 report in Toyota nasce per risolvere problemi sulla catena produttiva, tuttavia se prendiamo solo i concetti buoni, l’idea di sintetizzare in un solo foglio gli elementi essenziali può risultare molto efficace per concentrarsi realmente sui soli aspetti importanti.

Resta quindi da capire se è meglio risolvere costantemente problemi o generare delle nuove opportunità a partire da situazioni non del tutto efficaci. A noi la scelta.

Buon lavoro a tutti.