Agile, agile, agile, tu che leggi sei agile? Oggi come oggi se non dici di esserlo, pensi di esserlo o fai finta di esserlo potresti non vedere il tuo prossimo giorno di lavoro.

Scherzi a parte, si parla un sacco di agile ma quello che vedo è che spesso agile si trasforma facilmente in confuso:

  • Mail inoltrate a caso a più persone possibile così che sparando nel mucchio, qualche fanatico dell’efficienza apparente prenda tutto in carico con grande soddisfazione del nostro manager agile.
  • Riunioni con un inizio e senza una fine, più per trascorrere insieme del tempo che non per discutere concretamente di qualcosa.
  • Idee ed obiettivi che cambiano più rapidamente del meteo in Sicilia (se sei siciliano come me, sai di cosa parlo)
  • Mancanza assoluta di una delega ben chiara.

La metodologia agile nasce con lo sviluppo software e poi in tempi non sospetti si è sempre più estesa a tanti altri settori affermandosi oggi come una buona pratica e uno standard di fatto in molti realtà lavorative. Jeff Sutherland nel bellissimo “Fare il doppio in metà tempo” ci svela un po’ di retroscena e ci guida passo passo nel comprendere il significato della parole agile.

Quello che Jeff non poteva immaginare e che poi molti manager del nostro tempo agiscono al grido di “agile, agile, agile” iniettando entropia nel sistema (… e l’èntropia sarebbe anche un concetto affascinante ma in questo caso non ci aiuta).

Se il tuo manager aumenta l’entropia del sistema ovvero crea disordine in maniera non controllata, l’unico effetto concreto e spiacevole sarà quello di trovarsi a gestire perennemente attività in multitasking ma sappiamo bene che per come è fatto il nostro cervello questa non è una situazione di cui vantarsi.

Le persone non fanno multitasking perché lo sanno fare. Lo fanno perché sono costrette o perché non possono farne a meno.

Questo secondo caso descrive lo scenario in cui tu stesso rifiuti di fare una certa attività e piuttosto preferisci saltare di palo in frasca pur di non concentrarti sull’unica cosa che servirebbe in quel momento. In questo caso il multitasking è il risultato dell’incapacità a mantenere la concentrazione per portare a termine un obiettivo.

Negli anni novanta, Harold Pashler ha dimostrato che seguire 5 progetti in parallelo porta soltanto ad una serie di tempi morti pari a circa il 75% del nostro lavoro che di fatto non produce quindi nulla di utile. La teoria dell’ interferenza da doppio compito dice che occorre un certo sforzo per “interrompere” un processo, accedere alla memoria, recuperarne un altro e poi svolgere quel lavoro. Questa è la conseguenza dei limiti fisici del nostro cervello.

Ogni volta che si passa da un compito all’altro, si spende del tempo. Se stiamo svolgendo un lavoro complicato la mente deve tener conto di decine di fattori, ricordare quello che abbiamo fatto prima, sapere dove volevamo andare e quali sono i possibili ostacoli e le dipendenze da dover gestire.

Cosa succede se ci interrompono e dobbiamo passare rapidamente su un altro progetto con la tipica frase “posso chiederti una cosa al volo?“. Succede che potrebbero volerci ore di lavoro solo per tornare a quel livello di consapevolezza in cui ci trovavamo prima di venire interrotti. L’invito quindi è quello di minimizzate questo spreco tentando di svolgere tutti insieme i compiti che richiedono un determinato livello di concentrazione sforzandoci di rimbalzare più possibile la causa dell’interruzione.

Ricordiamo sempre che il vero spirito della teoria agile non ha a che fare direttamente con la velocità ma con la fiducia che viene data alle persone e al loro grado di coinvolgimento rispetto a obiettivi e progetti. Un team coeso e orientato al risultato sarà il primo a voler lavorare bene e farà di tutto per completare bene e rapidamente il lavoro in carico con buona pace del nostro Product Owner, ma questa è un altra storia. La velocità di esecuzione a questo punto diventa solo una conseguenza del modo di lavorare che permette al team di sentirsi sempre più gratificato e soddisfatto via via che le attività vengono completate con successo-

In chiusura due frasi fra tante che trovate nel libro:

  • Pianificare è utile, seguire ciecamente i piani è stupido. Io aggiungo che seguire ciecamente un piano stupido non porta ad essere agili. Agile non significa che qualsiasi cosa succederà saremo in grado di venirne fuori perché la teoria ci dice che possiamo essere rapidi e veloci; incontreremo sicuramente dei problemi e se il nostro piano è stupido avremo solo dimostrato a noi stessi di essere poco esperti in quello che stiamo facendo.
  • Fallire rapidamente, risolvere rapidamente. Io aggiungo che è meglio pensare prima di agire e fallire solo dove serve perché pur sapendo che il fallimento è uno dei veri elementi di crescita che abbiamo a disposizione e in certi casi è proprio una tappa obbligata, se scopriamo che fallire diventa l’unico approccio che adottiamo per andare avanti allora occorre fermarsi a riflettere dato che non è questo il vero spirito di chi vuole essere agile.

Se avete tempo e voglia, leggete il libro, offre veramente tanti spunti di riflessione e non necessariamente tutti legati al mondo del lavoro. La domanda iniziale rimane: tu sei agile o forse solo confuso?

Buon lavoro a tutti.